40 Mt and everything in between

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40 Mt and everything in between
from 15 to 29 October 2016 c/o FarsettiArte (Prato Italy)

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What’s next, Toxic?
by Veronica Santi

In this city that is famous for its yarn production, Torrick Ablack, known as Toxic in the art world, chooses denim – the fabric that is a symbol of American economic imperialism – as a base for the site-specific circular work he has made for Galleria Farsetti’s premises in Prato. It is forty meters long and two and a half high, exactly like two cars of the New York subway: the cloth, which runs seamlessly on the walls, contains a condensation of a symphony of symbols and meanings cultivated by the artist in the course of 35 years of pictorial and metropolitan practice.

At a very young age, Toxic C-One joined the circle of the “kids” who had grown without any school training and gravitated around Fashion Moda, the Bronx art gallery that was a breeding ground of the nineteen-eighties graffiti art in New York. Subsequently, together with A-One and Koor B-One, and under the influence of the theories of Rammellzee and of the friendship of Jean Michel Basquiat, he developed his own pictorial language starting from the study of the capital letters in the front pages of Medieval illuminated manuscripts, which were usually disguised as highly sophisticated decorations. His goal was, and is, to revive examples relative to a communication method that hides a deeper message behind the initial charm of the colors or patterns. How can this be done? By using what Francesca Alinovi called collage thought: juxtaposed images and symbols, “islands of meaning”, “isolated fragments of significance”, held together without an ostensible or traditionally-understood logic: “The fact that our consciousness has exploded into a myriad of subliminal associations is demonstrated by the impossibility of accepting the univocal meaning of our history and also of our lives. Every day we simply encounter clusters of events, masses of concepts that accumulate haphazardly in our minds, and we are unable to unravel the tangled thread that ties them up.” (F. Alinovi, “Lo Slang Del 2000”, Flash Art no. 115, 1983).

This work is a point of arrival and redeparture: in “40 meters and everything in between” the concepts expressed by the artist are the ones he has developed in the course of his career, but his point of view has changed deeply. Above all, the rhythm is different from that of the past. While in the nineteen-eighties the cars of the New York subways were the city arteries in which the pictorial messages of the “kids” flashed by like bullets, nowadays images and pieces of information come out of our rooms and spread throughout the world at a click on a flat screen. Boundaries are blurred; gone are the distinctions between inside and outside, center and margins, street and gallery, works of art and us. In this speed of displacement, whether real or virtual, there is a constant overlapping, and also proliferation, of meanings. And while Toxic still strives for the creation of a language that can reveal and boycott the mechanisms of communication and mass control, here, in this room, he is asking us to take a further step forward, to stop, to immerse ourselves completely in his art, in order to regain possession of our skin and to reactivate it.

“40 meters and everything in between” begins with the symbol of infinity, proceeds with a spiral movement, then plunges into pure color, that is into our emotions. Among the painted elements, “in between”, our eyes ramble adventurously, our minds recognize, apprehend, rest and associate, punctuating a time that is individual, flows by and disrupts the mechanisms that are dictated by the computers’ immediate system. We are at the center of the empty room. We too are “in between”.

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What’s next, Toxic?
Di Veronica Santi

Nella città dei filati, Torrick Ablack, in arte Toxic, sceglie il jeans – materiale simbolo dell’imperialismo economico americano – come supporto dell’opera circolare realizzata site specific per la sede a Prato della galleria Farsetti: quaranta metri di lunghezza per due metri e mezzo di altezza, esattamente come due vagoni della metro di New York, per una tela che scorre lineare sulle pareti condensando al suo interno una sinfonia di simboli e significati coltivati dall’artista nel corso di 35 anni di pratiche pittoriche e metropolitane.

Entrato giovanissimo nella cerchia dei kids cresciuti senza formazione scolastica intorno a Fashion Moda, la galleria d’arte nel Bronx officina del graffitismo newyorkese degli anni ‘80, Toxic C-One, insieme A-One e Koor B-One, influenzato dalle teorie di Rammellzee e dall’amicizia con Jean Michel Basquiat, ha maturato il proprio linguaggio partendo dallo studio delle lettere maiuscole che occupano la pagina iniziale dei codici miniati medioevali e che sono solitamente camuffate da decorazioni sofisticatissime. L’obiettivo era, ed è, quello di riprendere esempi riguardanti una metodologia di comunicazione che nasconde, oltre il fascino iniziale dei colori o del pattern, un messaggio più profondo. Come? Utilizzando quello che Francesca Alinovi definiva il pensiero a collage: immagini e simboli accostati tra loro, “isole di significato”, “frammenti isolati di senso” tenuti insieme senza una logica apparente o tradizionalmente intesa: “che la nostra coscienza sia esplosa in una miriade di associazioni subliminali lo dimostra l’impossibilità di accettare il senso univoco della nostra storia e anche quello della nostra vita. Ci troviamo di fronte, quotidianamente, a semplici aggregazioni di eventi, a grappoli di concetti che si accumulano alla rinfusa nelle nostre menti senza che sia possibile dipanare il filo aggrovigliato che li lega” (F. Alinovi, “Lo Slang Del 2000”, Flash Art n.115, 1983).

Come un punto di arrivo e di ri-partenza, in “40 meters and everything in between” i concetti espressi dall’artista sono quelli maturati nel corso della sua carriera, ma il punto di vista è cambiato profondamente. Soprattutto, è il ritmo a essere diverso rispetto al passato.
Se negli anni ‘80 i vagoni della metro di New York erano le arterie della città su cui correvano, come dei proiettili, i messaggi pittorici dei kids, oggi le immagini e le informazioni escono dalla nostra stanza per attraversare il globo intero su uno schermo piatto con un click. I confini sono sfumati, non esiste più un dentro e un fuori, un centro e una periferia, la strada e la galleria, l’opera d’arte e noi. In questa velocità di spostamento, reale o virtuale, c’è una sovrapposizione continua dei significati, oltre la loro proliferazione. E se l’obiettivo per Toxic continua a essere teso verso la creazione di un linguaggio che possa svelare e boicottare i meccanismi della comunicazione e il controllo delle masse, qui, in questa stanza, l’artista ci chiede di fare un passo aggiuntivo, di fermarci, di immergerci completamente nella sua arte per riappropriarci della nostra pelle, riattivare l’epidermide.

“40 meters and everything in between” inizia con il simbolo dell’infinito, segue un movimento a spirale per poi gettarsi nel colore puro, cioè nelle nostre emozioni. Tra un elemento dipinto e l’altro, in between, il nostro occhio si avventura, la nostra mente riconosce, conosce, riposa e associa, scandisce un tempo che è personale, sfugge, sovverte i meccanismi imposti dal sistema immediato dei computer. Ci siamo noi al centro della sala vuota. Siamo anche noi in between.

Intervista a Toxic a cura di LA REPUBBLICA
13 Ottobre 2016
di GAIA RAU

Toxic, a scuola di street art: “Così svelerò ai ragazzi fiorentini la forza dei graffiti”
Artista americano, compagno di imprese di Basquiat nel Bronx alla fine degli anni ’70, arriva a Prato per un’opera site-specific. E presto lezioni agli studenti

Dai graffiti sui vagoni della metropolitana nel Bronx, alla fine degli anni ’70, alla consacrazione nei più prestigiosi musei di arte contemporanea. Toxic, al secolo Torrick Ablack, artista statunitense classe ’65, è oggi riconosciuto come un pioniere della street art al pari di Basquiat o Rammelzee, con i quali ha condiviso i primi passi. In questi giorni è a Prato, ospite di Farsettiarte, dove sabato alle 18, in concomitanza con la riapertura del vicino Pecci, inaugurerà una sua grande opera site-specific: una tela lunga 40 metri in jeans che occuperà l’intero salone circolare della galleria, pensata per offrire una sorta di sintesi antologica, e immersiva, del suo lavoro. L’installazione, accompagnata da un testo critico di Veronica Santi, resterà poi esposta fino al 29 ottobre.

Come è nato questo progetto?
“Quando Sonia Farsetti mi ha chiamato, ad aprile, mi ha detto di avere in mente un’installazione che ricordasse le Ninfee di Monet all’Orangerie. Mi sono detto “ok, proviamo”. Non mi spaventavano le dimensioni dell’ambiente: in Polonia ho dipinto un palazzo di sei piani, e in fondo 40 metri equivalgono a due vagoni di un treno. Mi preoccupava, piuttosto, realizzare un progetto che desse continuità a un’idea. Alla fine ho deciso di attingere a disegni realizzati negli ultimi anni e di presentarli in un movimento continuo, usando come base una tela di jeans. Perché proprio il jeans? Volevo fare qualcosa di unico, e mi piace l’effetto della vernice sui miei pantaloni, quando dipingo. In più trovavo interessante lavorare con un materiale prodotto qui a Prato”.

A Firenze, dove lei ha vissuto, un nuovo regolamento comunale prevede che ai writer vengano riservati alcuni spazi cittadini. È d’accordo?
“Assolutamente. Non solo: da anni mi confronto con Cristina Giachi proprio su questo tema. Ci sono moltissimi luoghi, a Firenze e in periferia – penso ai sottopassi, o alle vecchie stazioni come quella di Calenzano – che oggi sono solo asfalto, e che possono offrire ai giovani artisti una grande opportunità per esprimersi, per diventare qualcuno. E, perché no, guadagnare un po’ di soldi. È una cosa che altrove esiste già, e funziona: a Buenos Aires un intero quartiere è dedicato alla street art, e gente arriva da tutto il mondo per fotografarlo. Queste opere potrebbero poi finire su gadget e t-shirt diventare una risorsa anche dal punto di vista economico. Credo sia fondamentale dare alla street art una nuova direzione che non sia quella del vandalismo. E, al tempo stesso, offrire ai giovani idee e occasioni: Firenze è una città meravigliosa, ma non si può vivere di solo Quattrocento. Altrimenti il risultato è che la migliore galleria di arte contemporanea della Toscana la trovi a San Gimignano, e non qui. Con Cristina abbiamo parlato della possibilità di tenere seminari e laboratori di street art nelle scuole: è un’idea che mi entusiasma”.
A Bologna, Blu ha cancellato i suoi murales perché non finissero in una mostra. Cosa ne pensa?
“Che, nel momento in cui metti una tua opera in strada, non è più tua. Più in generale, non amo questo atteggiamento “hardcore” del mondo underground, soprattutto italiano. Rifiutare il successo in nome di una fantomatica autenticità, come se essere povero ti rendesse più credibile. Oggi, poi, non è più come negli anni ’80: i mezzi sono diversi, la street art la puoi studiare all’università, e se vuoi fare un graffito non corri gli stessi rischi di allora. In questo contesto, un artista che si arrabbia perché una sua opera viene scelta per una una mostra è come un musicista che se la prende perché un suo pezzo va in radio”.
Il Bronx di fine anni ’70 in cui ha mosso i suoi primi passi è diventato una serie televisiva su Netflix,”The Get Down”. Che effetto le ha fatto?
“Ho visto solo la prima puntata. Penso che in queste operazioni ci sia tanto romanticismo, e un minimo di verità. Quello che è successo in quegli anni è stato documentato da libri, video, c’è poco da inventare. Eppure, qui lo hanno fatto. È assurdo, ma funziona. Basta non pensare che si tratti di una visione definitiva”.

 

 

Articolo sull’esposizione a cura di PRATOSFERA
11 Ottobre 2015

Toxic a Prato, una tela di 40 metri per raccontare la street art
Toxic, uno dei nomi storici della street art americana sbarca a Prato con un’opera site specifici: una tela di jeans lunga 40 metri.

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Arriva a Prato Torrick Ablack, meglio noto con lo pseudonimo di Toxic,uno dei pionieri della street art. Nei locali di Farsetti Arte, sta appunto portando a termine un’opera gigantesca chiamata “40 Meters and Everything in Between”, “concepita, progettata ed eseguita appositamente per questa occasione”, si legge nella presentazione.

“Si tratta di una grande tela di tessuto jeans lunga quaranta metri – si legge ancora nella presentazione – che occuperà tutto il salone principale di Farsettiarte e che costituirà una sorta di sintesi antologica dell’arte, della poetica e della carriera pluridecennale dell’artista statunitense”.

L’opera verrà inaugurata sabato 15 ottobre alle 18 negli spazi di viale della Repubblica e rimarrà visibile fino al 29 ottobre.

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“Torrick Ablack, meglio noto con lo pseudonimo di Toxic, è nato a New York, nel Bronx, nel 1965, da una famiglia di origini caraibiche” si legge sul sito di Farsetti Arte. “Fin dall’adolescenza cominciò ad esprimere le sue idee ed emozioni sui muri e sui vagoni della metropolitana di New York, frequentando i primi esponenti del movimento graffitista, tra cui A-One, Koor e Jean Michel Basquiat. Nel 1982 si recò a Los Angeles ed entrò in contatto con molti esponenti delle avanguardie artistiche internazionali”.

“Tra il 1982 ed il 1985 partecipò a varie esposizioni collettive, in particolare alla Fashion Moda Gallery e alla Sidney Janis Gallery. Alla fine degli anni Ottanta – si legge ancora – si trasferì dapprima in Italia, poi in Francia. Negli ultimi trent’anni ha vissuto ed esposto in Europa, anche se ha mantenuto stretti legami con l’America. Nel 2006, ad esempio, la mostra “Graffiti Basics”, tenutasi al Brooklyn Museum lo ha riconosciuto come uno dei maestri e pionieri della Street Art. Oggi le sue opere sono conservate nelle maggiori collezioni pubbliche e private di tutto il mondo”.